Sicilia dimenticata: Gibellina

gibellina2 (ph: www.archreportage2.com

Gennaio 1968, un violento terremoto scuote la valle del Belìce (TP) radendo al suolo Gibellina, Salaparuta, Vita, Poggioreale e Santa Ninfa. Paesi dell’entroterra occidentale siciliano, piccoli quanto antichi, abitati da gente umile, poverissima, per lo più pastori alle dipendenze di latifondisti rurali: un volto che l’Italia, prima di questa nefasta occasione, non sapeva nemmeno di possedere. Il sisma lasciò alle sue spalle circa 1150 vittime e 90.000 senza tetto, oltre alle infinite macerie.

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Gibellina divenne, in seguito, il simbolo della tragedia e della lentissima ricostruzione di quel territorio; abbandonato il paese distrutto, a pochi kilometri di distanza, (ri)nacque Gibellina Nuova. Furono commissionate, o spontaneamente offerte, innumerevoli architetture ed opere d’arte volte alla commemorazione e al sostegno concreto del paese, le quali hanno finito per trasformarlo in un vero museo a cielo aperto. La più celebre e suggestiva è l’opera firmata da Alberto Burri, il Cretto: un gigantesco monumento funebre realizzato attraverso il reimpiego delle rovine di Gibellina Vecchia, poi interamente ricoperte da cemento bianco. Le rovine, estese per 12 ettari, vennero raccolte e compattate in blocchi omogenei anche grazie al lavoro dell’esercito, per poi essere cementificate, creando nel mezzo fenditure percorribili profonde 2-3 metri, esatta riproduzione dei vicoli ormai scomparsi: una tra le opere d’arte contemporanea più ampie al mondo. Burri, così, congela per sempre la memoria storica di questa popolazione. La desolazione e il senso d’impotenza, che l’opera-cimitero trasmette camminando al suo interno  insieme ad altri – spesso pochi – visitatori, sono facilmente percepibili. Tutt’intorno rimangono sterpaglie, terreni dissestati e il giardino interno di un teatro greco che ancora oggi, annualmente, ospita le Orestiadi, rassegna internazionale di rappresentazioni teatrali e musicali. Anche la Chiesa Madre, sotto la direzione di Quaroni, è stata riportata alla luce; così come gli architetti Gregotti e Mendini si sono occupati del portico della Piazza del Comune e della Torre Civica.

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Una rinascita architettonica solamente parziale (mancherebbero, infatti, nonostante i 46 anni ormai trascorsi, svariati milioni per la totale ricostruzione) che, pur nella sua difficile realizzazione, risulta paradossalmente più semplice della riqualificazione di un territorio ancora economicamente depresso, privo di una qualsiasi prospettiva lavorativa. Motivi questi che finiscono per determinare un’inevitabile fuga da parte dei suoi abitanti, specialmente dei più giovani.

Michele Papa 

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