Sarajevo: Olimpiadi, guerra e degrado

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(ph: wikipedia.org)
Quando Sarajevo presentò la propria candidatura per ospitare i XIV Giochi Olimpici invernali del 1984, si trovò a  dover competere con città come Göteborg in Svezia e Sapporo in Giappone; proprio quest’ultima aveva ospitato le Olimpiadi bianche solo sei anni prima. In pochi credevano che l’assegnazione dei Giochi potesse cadere sulla città bosniaca, in primis gli stessi jugoslavi: mai una città del blocco comunista aveva ospitato le Olimpiadi invernali.
Il motivo che portò il paese ad un’estenuante guerra civile pochi anni dopo fu la forza dimostrata dallo stesso davanti fronte al Comitato olimpico: quale miglior paese poteva rappresentare la fratellanza se non la Jugoslavia, un paese formato da sei repubbliche, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni e due alfabeti?
Furono le Olimpiadi dei record. Non subirono il boicottaggio tipico di quegli anni della Guerra Fredda, come, invece, accade alle Olimpiadi estive di Mosca del 1980 da parte degli Stati Uniti e a quelle di Los Angeles del 1984 da parte del blocco sovietico: 49 nazioni partecipanti, 2 miliardi di telespettatori e 9.500 posti lavoro.
Quell’edizione fu insomma un grande successo, non solo internazionale, poiché rappresentò anche una grande prova per l’unità del paese e la fierezza di una nazione. Sfida che la Jugoslavia superò brillantemente.
I XIV Giochi olimpici invernali si chiusero così il 19 febbraio 1984, con la sensazione diffusa che, da quei giorni in poi, Sarajevo sarebbe stata ricordata non più soltanto per fatti negativi come l’essere  stata teatro, nel 1914, dell’assassinio del granduca Francesco Ferdinando. Nulla di più sbagliato. Otto anni dopo, nel 1992, quella che per dodici giorni fu la capitale del mondo e lo scenario della breve riappacificazione sportiva tra Usa e Urss, esempio del multiculturalismo e convivenza tra i popoli, sarà martoriata da una guerra civile drammatica ed inattesa, finendo nella morsa del più crudele assedio dei tempi moderni.
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(ph: flickr.com)

 

Molti edifici olimpici vennero deliberatamente bombardati, quali simbolo della vita comune del popolo bosniaco: il centro sportivo Zetra  (palcoscenico della cerimonia di chiusura delle olimpiadi), il museo olimpico, gli alberghi sulle montagne; il villaggio olimpico di Dobrinja, progettato per diventare un nuovo quartiere della città, fu pesantemente bombardato, anche da parte dei Serbi: subì un assedio nell’assedio. Gli abitanti, gente mista, proveniente  dalle più diverse etnie e religioni, hanno lottato con coraggio e resistenza esemplari. Oggi per Dobrinja è attraversata dalla linea invisibile della Sarajevo divisa. Sorte peggiore la subì lo stadio olimpico Kosevo, diventando addirittura un cimitero per le migliaia di civili morti.
Ma il segno più indelebile di quei terribili anni di guerra civile si trova tutt’oggi sulle montagne che circondano la città, un tempo sede delle piste del salto con trampolino, in totale stato di abbandono, e, soprattutto, della pista da bob, un serpente parabolico che si snoda tra i boschi, luogo in cui i cecchini serbi trovarono un posto ideale per appostarsi e sparare sulla popolazione. Una perfetta trincea.
Oggi tali strutture non sono carcasse del passato, in grado, ancora oggi, di offrire agli abitanti della città l’ambivalente ricordo delle medaglie olimpiche e dei colpi di mortaio.
Patrick Dolci
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