Pripyat: visioni dalla città fantasma.

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Pripyat (o più correttamente Pryp’jat’) è una cittadina ucraina fondata nel 1970, sita a Nord, nei pressi del confine bielorusso. Conosciuta negli anni ’80 come la “Città dei fiori”, per via delle sue rigogliose aiuole, è oggi drammaticamente nota per essere la più famosa città fantasma del globo. Un tempo casa di circa 50.000 persone, fu una tra le più moderne e sviluppate località dell’Urss, al punto da poter offrire un ospedale, due grandi alberghi, centri commerciali, una miriade di caffè, teatri, un ampio centro sportivo – con tanto di piscina coperta – e persino un Luna park, mai stato inaugurato. Nonostante ciò, a qualcuno questo nome potrebbe apparire oscuro, se non messo in relazione con la città di Chernobyl. Pripyat, infatti, dista poco più di 10 km dall’omonima centrale nucleare in cui, nel 1986, durante un test di routine per cui furono disattivati i sistemi di sicurezza, si generò un’enorme nube radioattiva di cesio 137: il più tragico disastro nucleare di sempre, insieme a Fukushima.

La città venne fatta evacuare per via di un “lieve incidente” che avrebbe permesso il rientro degli abitanti di Pripyat, per lo più lavoratori strettamente legati alla centrale stessa, nel giro di qualche settimana; ma così non accadde. Queste inverosimili informazioni date alla popolazione per evitare fondati allarmismi, sono il motivo per cui arredi, indumenti, automobili e qualsiasi altro oggetto (eccezion fatta per pochi effetti personali) si trovano tutt’ora inalterati nelle abitazioni e lungo i viali, paradossalmente in perfette condizioni. Tutto è rimasto immobile. Il degrado attuale, infatti, non è stato dato tanto dalle radiazioni quanto dall’azione degli agenti atmosferici e dall’avanzamento della natura selvaggia, ad oggi unica vera padrona della città. Un eden radioattivo dove la vegetazione e animali d’ogni specie, cinghiali, alci, e finanche cavalli selvatici (prima della catastrofe in via d’estinzione) vivono indisturbati ed ignari delle  mutazioni che li colpiscono. Anche appena fuori dal centro cittadino la natura regala un insolito spettacolo: il cosiddetto Bosco rosso. Le foglie della pineta sono diventate di un rosso accesso a causa del terreno altamente contaminato di cui le piante si sono nutrite per anni.

La polizia ucraina impedisce tutt’ora la libera circolazione all’interno della città, in perenne quarantena. Sono necessari permessi speciali per potervi fare visita, se non si considerano gli atti di sciacallaggio e vandalismo. A dispetto di ciò, la città è diventata la meta ucraina più visitata dai turisti, seconda solo alla capitale Kiev. Per un unico giorno all’anno, il 1 Maggio, data della inaugurazione mai celebrata del Luna park simbolo della città, è permesso agli ex abitanti di fare ritorno, senza, però, poter recuperare alcun oggetto, ormai altamente nocivo. Scenari talmente suggestivi da essere stati scelti come ambientazione per alcuni videogames, uno su tutti Call of Duty. Esiste una stima al limite del fantascientifico che prevede un possibile recupero della zona tra 500-600 anni; un’utopia che ad oggi rimane impensabile. Del resto sta già scritto su una lavagna scolastica di Pripyat: «Non ritorneremo. Addio. Pripjat, 28 aprile 1986 »

Michele Papa

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