Consonno: il sogno (ir)realizzato

1441201_446360912135611_312699260_n(ph: www.archreportage2.com)

Consonno nasce come piccolo borgo agricolo tra le colline della Brianza, più precisamente presso Olignate (LC), e, nel corso del secolo scorso ha ospitato circa 300 abitanti, poi ridottisi a 60 in seguito alla seconda guerra mondiale.
Qualche anno più tardi, nei primi anni sessanta, un industriale brianzolo, Mario Bagno, decise di acquistare l’intero borgo attraverso l’acquisizione dell’immobiliare “Consonno Brianza”, proprietaria della totalità degli immobili locali. Per ordine dello stesso Bagno il paese venne fatto sgomberare e raso completamente al suolo, eccezion fatta per la sola canonica. Intenzione dell’imprenditore fu quello di realizzare un vero e proprio centro di divertimento, facendo erigere dal nulla, un albergo di lusso (l’Hotel Plaza), gallerie commerciali, edifici e spazi per l’intrattenimento più vario, così da rendere Consonno una meta privilegiata per lo svago dell’intero nord Italia, specialmente per Milano.
Come se non fosse già surreale di per sé, la storia di questo stravagante, quanto poco conosciuto, progetto, ha dell’ulteriore incredibile: infatti, durante gli ultimi lavori di collaudo, l’unica strada che collegava la collina al mondo civilizzato venne totalmente distrutta a causa di massicce frane e del sottovalutato dissesto idrogeologico della zona, condannando Consonno alla rovina e quindi all’oblio. Oggi il sito è di proprietà degli eredi Bagno, i quali non hanno alcuna intenzione di demolire ciò che resta del sogno del padre, ma nemmeno di promuoverne una rivalutazione, nonostante forti pressioni pubbliche in tal senso.

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Sin dal suo primo avvistamento, fra le fronde della natura più selvatica che si è nel frattempo reimpadronita del proprio territorio, si ha l’impressione di essere in un luogo surreale, metafisico; quasi si fosse in una bolla sospesa: non esistono tempo o concezione spaziale conosciuti. Più da vicino, si scorgono architetture del tutto utopiche, per l’epoca ma non solo. Ci troviamo di fronte a pagode, piccoli minareti e altre strutture dalle forme eccentriche attorno ad un più maestoso corpo centrale, il Grand hotel dei balocchi. L’irrealtà la fa da padrona. È facilmente percepibile quanto il progetto originario fosse ambizioso e al contempo effimero, indefinito. È stata data vita ad un vero e proprio capriccio individuale creato dalla visionaria mente di un unico uomo; nessuna funzione sociale-collettiva tipica di un qualsiasi altro grande complesso edilizio urbano o industriale. L’ospite di questa fantomatica “città dei divertimenti” si sarebbe dovuto stupire e sconvolgere come mai prima. Sensazioni che, nonostante il più totale abbandono, ancora oggi trapelano dall’architettura di vaga ispirazione post-sovietica, perfettamente decontestualizzata.

1452440_446360258802343_1484762297_nInaspettatamente c’è molta gente che si aggira per le vie di questo non-luogo, tra quelli che sarebbero dovuti essere coloratissimi negozi. Lo stridente contrasto tra la morte degli edifici e la vita che continua a scorrere in essi grazie ai visitatori – non solo fotografi ma anche sportivi o famiglie in gita fuori porta – è ancor più evidente volgendo lo sguardo alla canonica, gremita di fedeli provenienti dal vicino centro abitato per la consueta messa domenicale, proprio come se Consonno non esistesse: ed in effetti non è mai esistito. È proprio il sacerdote, conclusasi la funzione, ad offrirci alcuni racconti riguardo a questo sito, stranito ma incuriosito dal fatto che ne conoscessimo la storia. Rivela come gli ex abitanti non abbiano vissuto alcun senso di espropriazione o prepotenza da parte dell’industriale, bensì l’abbiano stimato in quanto sognatore e poiché tentò, seppur invano, di rendere Consonno una realtà migliore. Senza nessuna critica all’utopia del progetto, come ci si sarebbe potuti facilmente aspettare.

Ciò che colpisce di questo luogo è l’assoluta impermeabilità verso l’esterno e l’impossibilità di una sua reale comprensione. Non resta che contemplare la natura e le persone vivere un costruito mai realmente vissuto.

Michele Papa

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